Un indicatore di benessere e di malessere economico

2 luglio 2012

Si parla tanto, in questi giorni di luglio 2012, di indicatori economici quali lo spread, il prodotto interno lordo, la disoccupazione. In questo breve  pezzo voglio presentare un semplice indicatore, esistente e monitorato mensilmente in Europa dal 1985, che secondo me e’ un ottimo indicatore dello stato di salute economica della popolazione.

Si tratta di un indicatore rilevato mensilmente su un campione rappresentativo dei residenti in ogni paese nell’Unione Europea. Questa e’ la domanda che viene posta: Quale delle seguenti meglio descrive l’attuale situazione finanziaria della sua famiglia? 1) Stiamo risparmiando molto 2) Stiamo risparmiando un po’ 3) Arriviamo giusto a fine mese col nostro reddito 4) Stiamo usando i nostri risparmi 5) Stiamo facendo debiti 6) Non sa.

Per farla breve, ecco il grafico.

Nel grafico c’e’ il numero che sintetizza le risposte alla domanda prima descritta. Si tratta di un saldo tra le risposte positive (risparmio) e quelle negative (consumo dei risparmi o debiti). Se il numero e’ positivo vuol dire che ci sono piu’ persone che risparmiano che quelle che fanno debiti o consumano i propri risparmi. Quando e’ vicino a zero vuol dire che i due gruppi sono simili. Quando e’ negativo vuol dire che ci sono piu’ persone nel secondo gruppo.

La storia che narra questo indicatore, a ben vedere, non ha nulla di eccezionale, perche’ e’ la storia che tutti conosciamo. Situazione positiva durante la seconda meta’ degli anni 80, crollo nel 92, ma soprattutto nel 93; situazione stazionaria, ma meno positiva che negli anni 80, fino al 2002, crollo nel 2003, e poi declino fino al pericoloso punto zero. E, nel 2012, discesa in zona negativa: ci sono piu’ famiglie che consumano risparmi ho fanno debiti di quelle che risparmiano.

Ci sono due considerazioni importanti da fare su questo indicatore.

La trasparenza del  significato

Come dicevo all’inizio, si parla molto di spread in questi giorni. Storicamente, si guarda al prodotto interno lordo per avere una idea del benessere economico di una popolazione. Ci sono molte critiche all’uso del prodotto interno lordo come indicatore di benessere – si tratta di un indicatore pero’ molto diffuso – e costosissimo, perche’ complesso e richiedente una mole notevole di dati.

Nella sua semplicita’, l’indicatore illustrato sopra e’ molto piu’ trasparente nel rendere conto della effettiva situazione economica delle famiglie.

Scendendo in dettagli tecnici, questo indicatore e’ anche pochissimo correlato con il prodotto interno lordo. Un misero 13%. Nella recessione 1992-93, il prodotto interno lordo si e’ contratto solo dell’1,5%, mentre il crollo della capacita’ di risparmio delle famiglie e’ stato notevole. Solo -0,5% e’ stata la contrazione del prodotto nella recessione del 2002-03, a fronte di un calo in picchiata di questo indicatore. Infine, tra 2008 e 2009 il prodotto italiano e’ calato di ben 7 punti percentuali, senza effetto apparente sulla situazione economica delle famiglie.

Per concludere, questo indicatore descrive molto meglio la situazione delle famiglie del prodotto interno lordo.

Si va bene l’Italia, ma gli altri paesi Europei?

Prendiamone due a caso: Germania e Grecia.

Il grafico parla da solo. Solo 3 punti qui di seguito.

Il 2003 e’ l’anno di recessione tedesca, in cui e’ stata approvata una legge sul mercato del lavoro che lo rende piu’ flessibile.

La situazione greca. A vedere gli indicatori quali prodotto interno lordo e vendite al dettaglio, la Grecia ha vissuto un impennata di ricchezza impressionante fino al 2007. Se guardiamo a questo indicatore, vediamo un quadro ben diverso. vediamo come questa impennata di ricchezza non ha prodotto alcuna tranquillita’ economica delle famiglie – e vediamo bene dove nel 2011 e nel 2012 l’indicatore e’ andato a finire.

E l’Italia? Leggendo il grafico e’ fin troppo facile dire che le famiglie italiane stavano bene come quell tedesche fino al 2002, ma dal 2003 la loro traiettoria ha decisamente puntato verso il modello greco. L’inizio di 2012, come si vede dal grafico, sembra indicare che le famiglie italiane stanno proseguendo nel baratro di disagio alla greca.

E il futuro?

Questo blog nasce con l’ambizione di parlare del futuro, magari del futuro tra 20 anni, nel 2032.

Il futuro, soprattutto quello lontano, ha tutte le potenzialita’ per essere positivo. Quello prossimo, aime’, no. Molto puo’ fare la politica. La situazione nei prossimi 3-5 anni e’ probabilmente compromessa. Poco puo’ fare anche la politica per far rientrare le cose velocemente. Molto puo’ fare per evitare disastri e drammi sociali. L’Italia non e’ la Grecia. Non solo dal punto di vista economico ma anche dal punto di vista sociale e culturale. Le elezioni italiane del 2013 saranno uno snodo che decidera’ quindi, a breve termine, sulla distribuzione del costo sociale dell’impatto della crisi economica attuale. Ma bisogna sperare che il focus sul breve termine non impedisca di vedere oltre, e di gettare le basi per il benessere futuro.

La produzione industriale in Italia

20 marzo 2012

E’ di ieri la notizia del dato di gennaio 2012 della produzione industriale italiana, dato commentato con pessimismo dai commentatori italiani in senso congiunturale.

La serie storica della produzione delle industrie con sede in Italia ha in effetti un andamento sconcertante.

La produzione delle manifatture italiane e’ caratterizzata da una costanza notevole da fine anni ’90 al 2008. Ma anche partendo l’osservazione dal 1990, le variazioni sono sempre piccole e non brusche.

Da giugno 2008 a a marzo 2009, in meno di un anno, la manifattura italiana perde il 25% della produzione. Avete letto bene. Un quarto. Di 4 oggetti che venivano prodotti fino a giugno 2008, solo 3 ne sono prodotti a marzo dell’anno dopo. Un tracollo abissale.

Da quel marzo 2009 a gennaio 2012 la produzione e’ aumentata solo del 7%, rimanendo inferiore del 20% (un quinto, 1 su 5) a quella che era a giugno 2008.

La domanda e’ ora: cosa ci aspetta nel futuro, nei prossimi mesi e nei prossimi anni.

Tre sono i possibili scenari.

  1. La produzione riprende a crescere e ritorna ai valori del ventennio precedente. La tendenza dell’ultimo anno non suggerisce questo scenario a breve, ma e’ possibile che entro qualche anno cio’ accada. Guardandosi attorno, e’ pero’ difficile pensare a fattori che possano portare a realizzare questo scenario, tenendo conto che, come illustrato da Michele Boldrin al convegno di febbraio 2012 di noiseFromAmerika, i problemi strutturali italiani si trascinano insoluti, e aggravati, dagli anni ’70. Questo scenario si prefigura come “scenario miracoloso”.
  2.  La produzione si assesta su questi valori, circa 20% in meno del ventennio precedente. Questo scenario ha conseguenze forti sul tessuto sociale. Le persone in cassa integrazione non saranno reintegrate nel precedente lavoro, e dovranno cercarne uno nuovo. Questo scenario richiede una forte azione politica di governo per aiutare queste persone. La struttura produttiva italiana da qui a 5 anni ne uscira’ profondamente cambiata.
  3. La produzione continua a calare, arrivando a toccare fino a -30 -40% rispetto ai primi anni 2000. Anche se a prima vista questo puo’ sembrare uno scenario apocalittico, non e’ comunque escludibile a priori, dati i forti problemi strutturali della societa’ e dell’economia italiana a cui prima si faceva cenno. In questo scenario, anche forti azioni politiche di governo di supporto alle persone che devono cambiare lavoro avranno un effetto relativo, data l’ampia dimensione del fenomeno.

Le spese degli Italiani

15 giugno 2011

La spesa totale delle famiglie residenti in Italia nel 2010 e’ stata di 803 miliardi di Euro, circa 13mila euro a testa, contando anche i bambini e gli infanti. Cosa hanno comprato? Hanno comprato piu’ cose di prima? Come e’ cambiato il “paniere” di acquisti delle famiglie dal 1970 al 2010? E, nel prossimo futuro, cosa compreranno? Compreranno di piu’ o di meno?

Questo post rispondera’ a queste domande, prima di tutto confrontando il livello e il tipo di spesa del 2010 con quello del 1970. In secondo luogo mostrando quale sia stato il cambiamento della spesa nei decenni tra il 1970 e il 2010; come si vedra’, infatti, il cambiamento negli acquisti non e’ avvenuto in modo graduale. Infine, si speculera’ su alcune ipotesi per il futuro.

I dati usati in questo post sono tratti dalla pubblicazione Istat I conti economici nazionali 1970-2010, pubblicata il 15 aprile 2011. Le previsioni fino al 2016 sono state realizzate dall’autore. I dettagli su come i dati Istat sono stati usati su come sono state fatte le previsioni sono spiegati a fondo testo.

1.1. La spesa nel 2010 confrontata con la spesa nel 1970: quanto

Come abbiamo gia’ detto in introduzione, le famiglie residenti in Italia hanno speso un totale di 803 miliardi di Euro; nel 1970, la spesa era stata di 37mila miliardi di Lire, che, tradotti in Euro, fanno 19 miliardi. Il totale del contante speso dalle famiglie e’ quindi aumentato di circa 37 volte, da 19 a 803 miliardi.

Fatto sta, che c’e’ stata molta inflazione di mezzo, e anche la popolazione e’ aumentata, da 54 a 60 milioni di abitanti. Come fare quindi a capire se le famiglie hanno effettivamente comprato di piu’, e quanto di piu’ hanno comprato?

Gli uffici di statistica producono dati anche al netto dell’inflazione. In questo caso, l’Istat riporta tutti i valori di spesa al valore degli Euro nel 2000. Al netto dell’inflazione, e calcolando la spesa pro capite, si viene a sapere che la spesa delle famiglie pro capite e’ passata dai 5mila400 Euro(2000) nel 1970 agli 11mila Euro(2000) del 2010. Praticamente un raddoppio.

Quindi, la quantita’ di cose comprate dai residenti in Italia nel 2010 e’ stata doppia rispetto a quello che i residenti avevano comprato nel 1970. In altri termini, un raddoppio dei consumi*.

1.2. La spesa nel 2010 confrontata con la spesa nel 1970: cosa

Qui il discorso inizia ad essere piu’ colorato.

Il grafico qui sopra illustra la composizione percentuale delle spese dei residenti in Italia nel 2010. Il 17% del totale e’ stato speso in cibo e bevande, il 15% in trasporti (spese d’esercizio, acquisto mezzi, biglietti, ecc.), il 12% in ristorazione, bar e alberghi, e cosi’ via.

Nel 1970 il 35% della spesa finiva in cibo e bevande. E’ normale che quando il livello di spesa sia piu’ basso, la percentuale dedicata al cibo sia piu’ alta. All’aumentare dei redditi e dei consumi, infatti, la spesa per gli alimentari rimane pressapoco costante, mentre il reddito aggiuntivo viene speso in altro.

Abbiamo visto nella sezione precedente come la quantita’ totale di beni e servizi acquistata dai residenti e’ raddoppiata, passando dal 1970 al 2010. Dalla considerazione precedente, ci aspettiamo che la la quantita’ di alimentari non sia aumentata piu’ di tanto, mentre altre voci dovrebbero essere aumentate maggiormente.

Nel 2010 i residenti in Italia hanno speso in media 390 Euro a testa nel settore delle comunicazioni, di cui 280 nei servizi di telefonia e 80 perl’acquisto di  telefoni. L’incremento di 10 volte delle quantita’ acquistate nel settore e’ dato dalla nascita della telefonia mobile, e dai nuovi servizi internet domestici. Facciamo notare come, nonostante l’impetuosa nascita di questo settore, nel 2010 le spese relative ammontavano solo al 3% della spesa totale.

Per quanto riguarda le spese sanitarie, e’ bene notare che qui vengono contate solo quelle direttamente a carico degli individui. Non vengono contate le spese addossate alla fiscalita’ generale. Gli individui “consumano” servizi sanitari sia che questi siano pagati dalla fiscalita’ generale, sia che siano pagati direttamente da loro stessi. In questo contesto, ci occupiamo solo dei secondi. Nel 2010, i residenti in Italia hanno pagato direttamente 500 Euro a testa per avere servizi sanitari, di cui 240 in prodotti medicinali, articoli sanitari e  materiale terapeutico e 190 in servizi ambulatoriali. L’incremento piu’ consistente in quantita’ di prodotti acquistati rispetto al 1970 e’ quello in prodotti medicinali, articoli sanitari e  materiale terapeutico, aumentati di 27 volte. Anche, qui, come nel caso della telefonia, si assiste alla creazione di un nuovo e proprio mercato, dato che questa spesa era praticamente assente nel 1970.

Nel 2010, i residenti in Italia hanno speso circa 1.100 Euro a testa in beni e servizi che l’Istat classifica sotto la voce “Ricreazione e cultura”, di cui 470 in servizi ricreativi e culturali, 210 in giornali, libri e articoli di cancelleria, e 140 in articoli audiovisivi, fotografici, computer ed accessori. Anche in questo settore, l’incremento maggiore rispetto al 1970 e’ avvenuto dove si e’ creato un nuovo mercato di consumo, cioe’ negli articoli audiovisivi, fotografici, computer ed accessori, aumentati di 16 volte. Da notare invece come gli acquisti di libri, giornali e articoli di cancelleria sono aumentati solo del 20%.

Ci sono poi una serie di tipi di beni e servizi che hanno avuto in incremento di poco superiore alla media (che e’ 2): mobili, elettrodomestici e manutenzione della casa (per cui la spesa media pro capite nel 2010 e’ stata di 1.200 Euro),  trasporti (spesa media pro capite di 2.000 Euro), alberghi, ristoranti e bar (spesa media 1.600 Euro), vestiario e calzature (spesa media 1.200 Euro).

I consumi complessivi per l’abitazione sono cresciuti “solo” del 60%. Interessante, il consumo di “acqua e altri servizi per l’abitazione” e’ cresciuto di piu’ di 3 volte dal 1970.

Infine, come si diceva in precedenza e come era attendibile, il consumo di beni alimentari (2.200 Euro di spesa media nel 2010) e’ cresciuto solo del 20%. E il consumo di bevande alcoliche e tabacchi (400 Euro di spesa media nel 2010) e’ calato del 10%.

L’Istat considera realta’ un altra macro categoria di spesa, che non e’ riportata nel grafico, perche’ ha il nome poco indicativo di “Beni e servizi vari”. Il complesso di questa voce e’ aumentato solo del 40% dal 1970 al 2010. Questa macro categoria pero’ contiene al suo interno l’intressante voce “Assicurazioni”, il cui ammontare e’ aumentato 4 volte dal 1970 al 2010.

2.1 La traiettoria dal 1970 al 2010; con sorpresa

Fino a qui, abbiamo commentato le differenze tra le spese dei residenti tra il 1970 e il 2010, e abbiamo trovato che la quantita’ di cose acquistata e’ aumentata di 2 volte, con incrementi notevoli in nuovi settori (telefonia e sanita’), che rimangono pero’ relativamente piccoli, e incrementi consistenti in quasi tutti i capitoli di spesa a parte gli alimentari.

Ma, questo aumento nei consumi e’ stato lineare?

No.

Le barre azzurro chiaro rappresentano la spesa in effettiva in contanti, quella che tecnicamente viene chiamata “a prezzi correnti”. Ovviamente era molto bassa nel 1970 e aumenta continuamente, per effetto sia dell’aumento di cose comprate, ma anche per effetto dell’aumento dei prezzi.

La barra blu scuro invece rappresenta la spesa al netto dell’inflazione (spesa qui misurata in Euro 2000), cioe’ la misura della quantita’ di beni e servizi effettivamente comprata. Come si vede bene dal grafico, la quantita’ di cose comprate aumenta quasi linearmente dal 1970 al 2000, per per subire una lieve flessione dal 2000 al 2010.

Il raddoppio della quantita’ di cose comprate avviene in realta’ tra il 1970 e il 2000. Per la precisione, un aumento di 2.1 volte. La quantita’ di cose comprate rimane praticamente costante tra il 2000 e il 2010. Per la precisione, diminuisce del 2%.

Nel grafico successivo vediamo il trend delle quantita’ di beni e servizi acquistati, in termini tecnici “a prezzi costanti”, per tipo di bene e servizio, dal 1970 al 2010.

La quasi totalita’ delle voci di spesa seguono tutte il trend complessivo: incremento delle quantita’ acquistate dal 1970 al 2000, e poi calo o stazionarieta’.

In controtendenza, e quindi in trend crescente anche nel decennio 2000-2010:

  • Nel settore “Ricreazione e cultura”: i “servizi ricreativi e culturali” (+13% dal 2000 al 2010) e gli “articoli audiovisivi, fotografici, computer e accessori” (+72%)
  • Nel settore “Sanita'”: i “prodotti medicinali, articoli sanitari e materiale terapeutico” (+45%)
  • Nel settore “Comunicazioni”: i telefoni (+260%); i “servizi di telefonia” aumentano fortemente fino al 2007, per poi calare (in complesso, pero’, l’aumento dal 2000 al 2010 e’ +34%)

3. Previsioni al 2016

Dato l’indebolirsi, nel decennio 2000-2010, della capacita’ di godere di prodotti e servizi degli italiani, e’ giusto chiedersi cosa ci possiamo aspettare nel prossimo futuro.

Quello che suggerisce il grafico qui sopra, ad esempio, e’ che la curva della capacita’ di spesa sia arrivata ad un tetto limite. La domanda e’ ora se in questo decennio 2010-2020 questa curva seguira’ una traiettoria decrescente, con una riduzione dei consumi, si stabilizzera’ su una quantita’ quasi stazionaria, o se riprendera’ a crescere.

Per suggerire possibili evoluzioni, abbiamo realizzato un modello previsivo basato sulla proiezione del trend di 42 voci di spesa di dettaglio, il cui risultato macro e’ illustrato dal seguente grafico.

Sono stati proiettati due scenari, uno alto e uno basso, in funzione di come alcuni settore chiave, che hanno subito una forte contrazione della spesa reale a fine decennio 2000-2010, potranno recuperare nei prossimi anni.

Lo scenario alto, quello in cui questi settore chiave vedranno un recupero delle quantita’ acquistate, ipotizza una crescita del 4% delle quantita’ complessive di beni e servizi pro capite acquistati nel 2016 rispetto al 2010. Questo significa un ritorno, nel 2016, ad una quantita’  totale di acquisti quasi uguale a quello del 2007.

Lo scenario basso, dove in questi settori chiave il recupero sara’ piu’ lento o addirittura proseguira’ un trend decrescente, vede una crescita del totale delle spese dell 1,7% tra il 2010 e il 2016. Questo significa un ritorno alle quantita’ acquistate nel 2003.

Il settore che genera piu’ incertezza in questa previsione e’ quello dei generi alimentari. Nel 2010 sono stati spesi in media 2.200 euro a testa per generi alimentari. Dal 2006 al 2010 il settore ha visto una contrazione del 9% delle quantita’ vendute pro capite. Si tratta di una contrazione straordinaria, che ha riportato la quantita’ di beni venduti pro capite ai livelli del 1987. Si’, 1987, avete letto bene. La proiezione di questo trend diventa quindi estremamente difficile. Da un lato ci si potrebbe attendere un ritorno entro breve ai valori medi del decennio precedente, dall’altro, in caso la riduzione corrrisponda effettivamente ad un mutato rapporto con il cibo, e’ ragionevole aspettarsi che il trend decrescente possa ulteriormente continuare, almeno per qualche anno.

Altri settori in cui abbiamo ipotizzato due scenari diversi, uno alto e uno basso, sono le “calzature”, l'”acqua e altri servizi per l’abitazione”, i “principali elettrodomestici, inclusi accessori e riparazioni”, e infine l'”acquisto di mezzi di trasporto”.

Nei restanti 35 settori di cui abbiamo stimato la possibile evoluzione, 21 mostrano un segno negativo, cioe’ un calo delle quantita’ acquistate tra 2010 e 2016. Abbiamo ipotizzato il maggior calo in valori assoluti nel settore delle “spese di esercizio di mezzi di trasporto”, settore che ha avuto un massimo nel 2003, e nel settore dei “mobili e articoli di arredamento”, settore che ha avuto un massimo nel 200, che presentano tutti e due un chiaro trend decrescente.

6 settori sono invece in netta controtendenza, e per i quali abbiamo ipotizzato un notevole incremento delle quantita’ vendute al 2016:

  1. Apparecchiature per la telefonia. Il settore e’ in crescita storica dal 1970, ed e’ ragionevole supporre che, sia per il decremento dei prezzi che per l’aumento dell’offerta, le quantita’ vendute aumenteranno ancora.
  2. Articoli  audiovisivi,  fotografici,  computer ed accessori. Analogamente ai telefoni, questo settore e’ in crescita storica, e, esattamente per gli stessi motivi, e’ ragionevole attendersi un aumento delle quantita’ vendute.
  3. Assicurazioni. Anche questo settore mostra un trend storico crescente in modo lineare. Anche se ha subito una notevole riduzione relativa tra il 2007 e il 2010, sembra ragionevole aspettarsi, data la costanza del trend storico, un ulteriore incremento.
  4. Prodotti medicinali, articoli sanitari e  materiale  terapeutico. Altro settore in trend storico crescente. La crescente attenzione per la salute e il benessere e l’aumento dell’eta’ media della popolazione sono qui fattori cruciali alla base della nostra aspettativa di crescita ulteriore.
  5. Servizi di telefonia. Anche questo settore in crescita storica ma che, come le assicurazioni, e’ in calo dal 2007. C’e’ comunque motivo di credere che, come per le apparecchiature tecnologiche, il decremento dei prezzi e l’aumento dell’offerta faranno ulteriormente aumentare le quantita’ acquistate.
  6. Servizi ricreativi e culturali. Altro trend a tendenza storica costantemente crescente, e per cui e’ ragionevole ipotizzare un ulteriore incremento.
Fonte e uso dei dati e tecnica di proiezione utilizzata
I dati qui presentati sono stati tratti dalla pubbicazione Istat Conti economici nazionali 1970-2010. Come dato totale, e’ stato utilizzato il totale della “Spesa delle famiglie”, a cui e’ stato sottratto il valore dei “Fitti imputati”, in quanto questa voce non rappresenta una effettiva voce di spesa per le persone (mentre la e’ al fine della contabilita’ nazionale).
Nel testo ci si e’ riferiti alle spese per acquisti dei residenti in Italia, a volte forse suggerendo che questo concetto sia equivalente a quello di “consumi”. In realta’ non lo e’, perche’ il totale dei beni e servizi consumati dalle persone e’ composto si dal complesso di beni e servizi da loro acquistati (e descritto nel testo), a cui vanno pero’ aggiunti le quantita’ di beni e servizi che si sono consumati senza acquistarli. Questi ultimi sono generalmente i beni e servizi prodotti dallo Stato, quali la sicurezza sociale, la sanita’, la scuola, ecc.
Altra precisazione necessaria: nel testo si e’ cercato di tenere  chiaramente distinti i concetti spesa per beni e servizi a valori correnti, cioe’ il totale di soldi spesi per acquistare qualcosa, e quantita’ di beni effettivamente consumata (valore a prezzi costanti). Si tratta di concetti difficili e non privi di difficolta’ teoriche e pratiche. Le previsioni sono state fatte sui valori a prezzi costanti, cioe’ sulle quantita’ di beni e servizi acquistati. Per esempio, quando si e’ detto che e’ ragionevole attendersi che i residenti acquisteranno piu’ telefoni, ci si e’ riferiti alle quantita’, e non al valore corrente; non si e’ quindi affermato che i residenti spenderanno di piu’ nel settore della telefonia.
Capitolo previsioni. Come detto nel testo, il trend di 42 voci di spesa e’ stato proiettato al 2016, tenendo in considerazione sia il trend storico sia considerazioni qualitative circa la natura dei beni o servizi oggetto della proiezione. Si tratta di una ragionevole aspettativa. Nonostante la ragionevolezza di queste aspettative, due fattori saranno centrali nel determinare il futuro delle quantita’ di beni e sertvizi acquistati: l’aumento, o diminuzione, dei prezzi e l’andamento del reddito disponbile per la spesa delle persone. Si riconosce inoltre che l’attuale incertezza relativa al debito pubblico italiano introduce ulteriori elementi di aleatorieta’ difficilmente prevedibili.

Il debito pubblico italiano

28 novembre 2010

Nel ‘600 e nel ‘700, le gli stati monarchici europei erano fortemente indebitati, in senso relativo, se si considera che circa la meta’ delle loro spese era impegnata nel pagamento del debito, circa un’altra meta’ nelle spese di guerra, e una quota residuale per le spese di corte. Non esistevano, allora, spese pubbliche in senso moderno, e le bancarotte dei re erano all’ordine del giorno (7 le bancarotte della corte spagnola tra il 1567 e il 1653) (fonte: Wolfgang Reinhard, Storia del potere politico in Europa).

Lo stato italiano nasce nel 1861, con circa 3 miliardi e 200 milioni di  lire di debito, cioe’ 1,7 milioni di euro in termini correnti (o 14 miliardi di euro se attualizzati al 2009).

Il debito iniziale dello stato italiano deriva dai singoli debiti degli stati che lo hanno composto, ma la parte del leone la fa il Piemonte, che dona allo stato italiano 142 lire pro capite di debito (valori correnti), contro le 67 della Toscana, le 63 di Napoli, le 56 della Lombardia, le 49 della Sicilia, e le 13 dei restanti stati (Fausto Domenicantonio, Lineamenti dell’evoluzione del debito pubblico in Italia 1861-1961).

Da allora in poi, il debito e’ cresciuto parecchio.

La linea rossa nel grafico qui sopra mostra il tragitto del debito pubblico italiano, dai meno di 2 milioni del 1861 ai quasi 1.600 miliardi di euro del 2007. La linea mostra una esplosione del debito dal 1980 in poi, in parte, ma solo in parte, rallentata a fine anni ’90.

Dato il fortissimo dislivello tra i valori del debito precedenti al 1980 e quelli successivi, la visualizzione delle variazioni relative del debito e’ utile per verificarne l’andamento.

Dopo un relativo forte incremento negli anni ’60 dell’800, successivo all’unificazione, il debito e’ schizzato alle stelle con l’entrata della nazione nella prima guerra mondiale, con una punta del 67% in piu’, da 16 a 27 milioni di euro, nel 1918. Si tratta dell’incremento percentuale annuale massimo raggiunto in tutta la storia dello stato italiano.

Altri forti incrementi negli anni ’40, in corrispondenza della seconda guerra. Nel dopoguerra, il debito continua ad aumentare, ad un ritmo pero’ decrescente, fino a toccare un incremento pari a zero nel 1961.

Dal 1962 in avanti, il debito riprende la sua corsa, ad un ritmo crescente. La corsa trova un suo nuovo massimo nel 1976, dove il debito aumenta in un anno del 31%, da 33 a a 43 miliardi di euro. Dopodiche’, mantiene un ritmo di incremento uguale o superiore al 20% all’anno fino al 1986.

In questa folle corsa, dal 1961 al 1976 il debito aumenta di quasi 10 volte, da 4 miliardi a 43. Dal 1976 al 1986 il ritmo della corsa, come abbiamo visto, diminuisce; il debito aumenta “solo” di 7 volte. L’ammontare di debito accumlato dal ’76 all’86 ammonta pero’ ad uno straordinario totale di 340 miliardi.

Dall’86 in avanti, la corsa di incremento del debito diminuisce, ma molto lentamente, fino ad arrivare ad un minimo di incremento nel 2003, con “solo” 1% di debito (13 miliardi) in piu’ rispetto all’anno precedente.

Nel periodo 1986-2002 il debito e’  “solo” triplicato, passando da circa 350 a circa 1.400 miliardi; un aumento di piu’ di 1.000 miliardi.

E’ importante riferirsi agli incrementi assoluti del debito, e non solo a quelli percentuali; data la sua esplosione negli anni recenti, infatti, ad un punto percentuale di incremento negli anni ’60 o negli anni ’90 corrisponde in effetti un ammontare assoluto totalmente diverso. Il prossimo grafico cerca di esprimere questo concetto. Vi sono riportate le somme degli gli incrementi del debito, raggruppate per periodi in cui questi incrementi sono avvenuti.

E’ bene chiarire che questo grafico non rappresenta la spesa attuale del debito prodotto in passato, che e’ composta, in buona approssimazione, dalla spesa per pagare le “rate”, comprensive di interessi, dei debiti fatti in passato e ancora non scaduti.

Da’ pero’ una buona idea di quando il debito e’ stato creato. Ho fermato il grafico al 2004 tanto per poter comparare periodi di tempo uguali (quinquenni) nell’ultimo periodo. Nel 2004 il debito era poco piu’ di 1.400 miliardi.

Il grafico mostra come circa 450 milardi di questo debito sono stati “prodotti” nei primi anni ’90. Questo in parte puo’ sorprendere, perche’, come abbiamo visto, la crescita maggiore, in termini percentuali, e’ stata tra gli anni ’70 e i primi anni ’80. Certo, pero’ abbiamo anche visto che la crescita percentuale del debito e’ diminuita molto lentamente dopo il 1986. Dato che la “montagna” di debito a cui si riferiva era intanto cresciuta enormemente, anche una crescita percentuale relativamente piccola puo’ infatti, come ha fatto, produrre un valore di debito mostruoso.

In generale, comunque, questo grafico bene illustra come la montagna di debito oggi esistente sia stata “creata” in buona parte tra il 1985 e il 2000.

La famosa % del debito rispetto al PIL

Finora ho mostrato solo i valori assoluti del debito, ma non ho mai mostrato la sua relazione con il prodotto interno lordo (PIL). E’ noto che uno dei famosi criteri di Maastricht per poter usare l’euro era avere un rapporto debito/PIL inferiore al 60%, o, se superiore, tendente appunto a questo 60%. E’ noto anche che in Italia questo rapporto attualmente e’ all’incirca del 120%; il debito pubblico e’ cioe’ 20% piu’ grande del totale della ricchezza prodotta in Italia in un anno.

Facendo ricorso alla fonte da cui ho attinto i dati storici sul debito, che e’ lo splendido lavoro di Maura Francese e Angelo Pace, Il debito pubblico italiano dall’Unita’ ad oggi, si puo’ riassumere quanto segue.

Dal 1861 ad oggi, il debito pubblico italiano e’ stato raramente inferiore al 60% del PIL. Lo e’ stato solo dal 1945 al 1980. E’ stato superiore al 100% del PIL dal 1880 al 1900, dal 1920 al 1930, e, appunto, dal 1990 in avanti.

L’articolo citato presenta anche un interessante confronto con il Regno Unito e la Germania. Tra fine ottocento e primi del ‘900 il debito pubblico del Regno Unito era calante, e attorno a livelli del 30-40% del PIL. La prima guerra mondiale lo fece schizzare al 180% e la seconda al 250% del PIL, ma nel secondo dopoguerra questo rapporto e’ calato costantemente, riducendosi a meno del 100% all’inizio degli anni ’60, e stabilizzandosi poi tra il 40 e il 50%.

La Germania ha sempre avuto un debito pubblico bassissimo (non si hanno pero’ stime per gli anni di guerra), sempre inferiore al 60%. Dal 1970 in avanti il rapporto debito/PIL e’ in aumento, ma non ha mai superato il 70%.

Questo confronto internazionale dimostra molte cose; ad esempio, che l’elevato rapporto debito/PIL non e’ un fatto necessario per mantenere un sistema di sicurezza sociale (sanita’, pensioni, ecc.) in uno stato moderno, perche’ Germania e Regno Unito sono stati che offrono molti servizi di welfare ai propri cittadini, ma non sono indebitati come l’Italia.

E il futuro?

Se si dovesse tirare una linea retta per estrapolare il futuro del debito pubblico italiano, si arriverebbe presto a cifre ancora piu’ enormi di quelle che sono adesso. Il debito pubblico aumenta per l’aumento della spesa pubblica, o l’aumento degli interessi che si devono pagare sul debito stesso.

Negli ultimi anni, tutti i governi italani hanno, magari con metodi diversi, cercato di mantenere a freno la spesa pubblica, ma si tratta di una azione estremamente difficile. D’altro canto, le prospettive economiche italiane non sono di esplosione del PIL di qui a breve, cosa che faciliterebbe il rientro del debito.

Quindi, di fronte a noi, sembra di vedere due alternative: o i governi nazionali si impegneranno in drastiche riduzioni del debito (cosa alquanto improbabile), oppure cresce sempre di piu’ il rischio di vedere aumentati gli interessi sul debito stesso, e la conseguente impossibilita’ a pagarlo, e una inevitabile bancarotta dello stato.

C’e’ in realta’ anche una terza via, che e’ quella del continuare a navigare a vista, sperare che gli interessi sul debito non aumentino piu’ di tanto, e cercare di mantenere gli incrementi della spesa pubblica ad un minimo possibile, puntando ad un gioco di equilibrismo che faccia mantenere il debito piu’ costante possibile.

Nei primi due casi (drastica riduzione della spesa pubblica o bancarotta), e’ certo che le conseguenze sociali saranno enormi. Piu’ gravi certamente nel secondo caso, quello della bancarotta.

Nel terzo caso, le tensioni sociali ci saranno comunque, perche’ sembra di capire che tutti stanno comunque cercando di continuare a mungere le casse dello stato il piu’ possibile, e un certo rigore nella gestione delle spese fara’ comunque molti scontenti.

Difficile fare pero’ previsioni a lungo termine, in questo campo.

Come detto nel testo, la fonte da cui ho tratto i dati storici sul debito pubblico italiano e’ la ricostruzione presentata da Maura Francese e Angelo Pace , nella pubblicazione numero 31 di Questioni di economia e finanza della Banca d’Italia, Il debito pubblico italiano dall’Unita’ ad oggi.

Gli anni sulle spalle

7 agosto 2010

Rimango sempre meravigliato quando osservo la distribuzione della popolazione per eta’ in Italia.

La cosa che mi colpisce e’ l’enorme dislivello delle varie classi di eta’. A fronte di quasi 10 milioni di 40enni, il numero di bambini con 0-9 anni e’ solo di 5 milioni 400 mila.

Se si volesse leggere il grafico sopra senza sapere che appartiene all’Italia, si potrebbe pensare ad un paese “dominato” dai 30 e 40enni. Un paese del genere dovrebbe essere “trainato” dai 30 e 40enni, dalla loro concretezza e capacita’ di produrre. Il “peso” di cura ed educazione dei minori di 20 anni e’ ridotto al minimo (si immagini se i gruppi sotto i 20 anni avessero la stessa consistenza dei gruppi dei 30 e 40enni: i costi di cura e educazione sarebbero quasi raddoppiati!).

Eppure, a quanto sappiamo, l’Italia e’ un paese in affanno. In affanno sono le famiglie nella cura di bambini e anziani, in affanno e’ la scuola e l’universita’ che no hanno risorse. Perche’?

E domani?

Volgiamo ora lo sguardo al futuro.

Come e’ facilmente immaginabile, a meno di rivoluzioni, guerre o carestie, la situazione oggi esistente si “trascinera'” al 2030. Semplicemente i 30 e 40enni di oggi diventeranno i 50 e 60enni.

Al 2030 l’Italia, oggi un paese di 30 e 40enni che non riescono a risollevare le sorti della collettivita’, sara’ un paese di 50 e 60enni. Piu’ invecchiato, sicuramente senza quella forza concreta che i 30-40enni sanno esprimere.

Il numero complessivo di abitanti sara’ simile a quello attuale, 62 milioni al 2030 contro i 60 attuali, solo che l’eta’ media sara’ 47 anni, contro i 43 attuali. Le persone con 80 anni o piu’ saranno 5 milioni e 300 mila, contro i 3 milioni e 500 mila attuali.

E l’Europa?

Ma l’Italia e’ la sola in questa desolante situazione di 30-40enni che dominano la popolazione ma non riescono ad dare una svolta al paese, e con un futuro di 50-60enni?

In realta’ la sutuazione media europea non e’ molto dissimile a quella italiana, anche se l’Italia si presenta come un caso abbastanza estremo e amplificato. Anche in Europa i gruppi di eta’ piu’ consistenti sono quelli dei 30 e 40enni, ma le differenze con gli altri gruppi sono minori.

Anche l’Europa vedra’ crescere la consistenza della popolazione anziana, ma i gruppo numericamente piu’ consistente, anche se di poco, rimarra’ quello dei 40enni. E, appunto, in generale, gli squilibri tra i vari gruppi non sono e non saranno estremi come nel caso italiano.

In Europa, la situazione e’ ovviamente molto diversa da paese a paese. Ci sono paesi che hanno situazioni simili a quella italiana, come la Germania o la Spagna, ed altri in cui non si assiste ad uno sbilanciamento per eta’ qualche quello italiano, o addirittura si assiste ad una forte similarita’ della numerosita’ dei gruppi per eta’, come in Francia o nel Regno Unito.

Il caso francese e’ particolarmente interessante: la costanza della numerosita’ dei gruppi decennali di eta’ attorno agli 8 milioni e’ infatti impressionante. Come conseguenza di questo fatto, il futuro demografico della Francia sara’ piu’ lineare rispetto a quello italiano. Unica caratterstica rilevante, qui, sara’ il forte incremento di anziani nei prossimi 20 anni.

Prezzi e moneta in Italia

7 agosto 2010

Per comprare la stessa quantita’ di cose, la spesa media degli italiani e’ aumentata di un quarto (+25%) dal 2000 al 2010.

Detto in altri termini, e’ come dire che il valore medio degli euro posseduti dagli italiani si e’ ridotto del 20% in 10 anni.

In realta’, la variazione dei prezzi medi e’ differita moltissimo per tipo di spesa.

Il costo per mantenere la propria abitazione e’ aumentato in media del 37%, mentre i costi per le comunicazioni (telefonia) sono diminuiti in media del 30%.

Considerazioni

Gli indici dei prezzi sono criticati da molti. Vanno in effetti letti per quello che sono, e non per quello che sembrano essere.

Ad esempio, i giornali spesso riportano paro paro le parole e i numeri usati nei comunicati stampa dell’Istat. I 2 numeri chiave sono la variazione rispetto al mese precedente e quella rispetto all’anno precedente. Personalmente non penso che la variazione media dei prezzi rispetto al mese precedente sia di qualsiasi utilita’ informativa al pubblico, e anche quella rispetto all’anno precedente e’ di dificile lettura.

Altro fatto. A molti una variazione dei prezzi del 25% in 10 anni puo’ sembrare ben poca cosa rispetto a quello che si pensa di spendere di piu’. Certo, ma qui la chiave sta nel fatto che questo numero e’ una “finzione” in perlomeno due sensi. Primo, e’ riferito alla media di tutti i residenti in Italia; secondo, fa riferimnento ad un paniere di spesa costante. E’ innegabile come persone in situazioni diverse abbiano varieta’ di spesa molto differenti, e come, in generale, si tenda a comprare oggi molte piu’ cose che 10 anni fa. C’e’ molta piu’ varieta’ di prodotti e servizi. La spesa complessiva di una famiglia, in questo senso, puo’ essere aumentata di piu’ dell’indice medio dei prezzi!

Detto questo, penso che gli indici dei prezzi rappresentano una miniera di informazioni preziosa per chi vuole leggere i mutamenti sociali.

Il lavoro autonomo in Italia

6 giugno 2010

In Italia il 23% dei lavoratori e’ un lavoratore indipendente, cioe’ autonomo.

Questo significa che quasi un lavoratore su 4 e’ autonomo. A noi che siamo italiani questo puo’ sembrare normale e ovvio (ma in seguito spiegero’ come a volte potrebbe non essere cosi’ ovvio), se pensiamo ai nostri conoscenti e a chi e’ dipendente o a chi e’ in proprio.

Pero’, se volgiamo lo sguardo attorno, ai nostri vicini europei, ci si accorge che la situazione italiana, da questo punto di vista, e’ particolarmente estrema. Nel senso che negli altri paesi europei la quota di lavoratori autonomi e’ decisamente inferiore.

La media nei paesi dell’Europa a 27 e’ il 15%, con valori che scendono al 10% in Francia e Germania.

Una quota di lavoro autonomo maggiore a quella italiana e’ presente solo in Grecia e Turchia.

Negli ultimi 30 anni, la quota di lavoro indipendente in Italia si aggirata costantemente tra il 24 e il 25%. La sua, lieve, riduzione al 23% e’ avvenuta solo nel 2008 e 2009.

In generale, nei paesi europei, la quota di lavoro indipendente e’ abbastanza stabile nel tempo, anche se si puo’ osservare una certa tendenza alla sua riduzione, specie nei paesi dove era molto elevata. Caso esemplare la Grecia, dove e’ passata dal 40% degli anni ’80 all’attuale 31%.

Negli ultimi 10 anni, anche in Lituania, Romania e Polonia la quota di lavoro indipendente si e’ ridotta in modo sensibile. Unico paese in cui tale quota si e’ alzata in modo rilevante e’ la Slovacchia, dove e’ passata dall’8% del 2000 al 16% attuale.

Le conseguenze

La particolare elevata presenza di lavoro autonomo in Italia ha diverse conseguenze su diversi aspetti della vita sociale del paese. Questo e’ particolarmente vero quando si voglia confrontare l’Italia con gli altri grandi paesi europei, sia in termini di stili di vita che di politiche pubbliche.

L’attitudine

Lavorare come lavoratore indipendente richiede una attitudine mentale molto diversa da quella del lavoro dipendente. Si e’ piu’ autonomi, responsabili del proprio lavoro e direttamente dei propri guadagni. Non si e’ protetti da nessun sindacato.

Adesso non ho esempi pratici, ma sono sicuro che quando una parte rilevante della popolazione si trova in questa situazione ci sono enormi conseguenze sulla realta’ dei rapporti sociali, e delle attitudini in generale verso la vita. Penso anche che quando si compara a bruciapelo l’Italia con le altre grandi realta’ europee tipo Francia o Germania, questo sia uno dei fattori rilevanti che puo’ contribuire a spiegare molte differenze di mentalita’.

L’organizzazione del lavoro

A livello nazionale europeo, c’e’ una lieve relazione tra ricchezza disponibile ai cittadini e presenza di lavoro autonomo: dove il lavoro autonomo e’ piu’ diffuso i cittadini tendono ad essere meno ricchi. La relazione non e’ fortissma ma c’e’.

Questo fa riferimento ad un fatto noto agli economisti, cioe’ al fatto che dove c’e’ meno lavoro autonomo le aziende tendono ad essere piu’ grandi, e la grandezza fa si’ che si possano realizzare quelle economie di scala che rendono il singolo lavoratore piu’ produttivo, con l’effetto che ogni cittadino alla fine gode di una ricchezza maggiore.

Fuori dai termini usati dagli economisti, e’ evidente come una diffusa presenza di lavoratori autonomi segnala il fatto che gli stessi non sono in grado, nella maggior parte dei casi, di espandere la propria azienda, assumendo dipendenti e migliorando i processi produttivi, e creando quindi piu’ ricchezza. Piccolo puo’ essere bello, ma nella maggior parte dei casi e’ certamente inefficiente, cioe’ comporta sprechi che alla lunga il sistema paga.

Le tasse

Come noto, il prelievo delle tasse presso i lavoratori autonomi puo’ comportare problemi, soprattutto se gli stessi operano scambi con l’esclusivo uso di contante. Questo fatto, ampiamente noto in Italia, pone seri dubbi sulla equita’ di un sistema che tende a mettere il costo dei servizi pubblici maggiormente sulle spalle dei lavoratori dipendenti, e sulla sua sostenibilita’ sul lungo termine. Non si sostiene qui che tutti i lavoratori autonomi non paghino le tasse, ma come molti di essi non ne paghino, come del resto e’ evidente da alcuni facili conti sulle entrate IVA.

La scuola

Non sono un esperto di scuola, ma l’impressione e’ che la scuola italiana ignori il fatto centrale qui esposto, cioe’ che quasi un lavoratore su 4 in Italia e’ un lavoratore autonomo. La scuola italiana prepara uno studente su 4 a diventare lavoratore autonomo?


Lithuania
Romania
Poland
Lithuania
Romania
Poland

Il Matrimonio

14 maggio 2010

Attingo ancora una volta a quella inesauribile fonte di conoscenza che e’ l’Istat, questa volta per parlare di matrimoni.

Dal 1990 ad oggi il numero di matrimoni celebrati ogni anno in Italia e’ diminuito in modo rapido e costante, da circa 300.000 a 210.000. Ben lontani dai piu’ di 400.000 celebrati nel 1963 e 1964. Questo semplice dato fotografa e sintetizza i cambiamenti epocali che sono avvenuti in Italia dagli anni 60 ad oggi, e ci dice che questi cambiamenti stanno ancora avvenendo.

La linea tratteggiata del grafico e’ certamente una previsione audace se proiettata al 2030, ma indica una tendenza probabile per i prossimi anni, in forza della costanza del trend soggiacente. Stando a questa tendenza, nel 2015 i matrimoni potrebbero essere circa 175.000.

Contemporaneamente, l’eta’ media al primo matrimonio continua a crescere. Era meno 25 anni per le donne e 27-28 per gli uomini dagli anni 60 agli anni 80, e’ ora rispettivamente 30 e 33.

Anche qui, la tendenza al 2030 e’ un azzardo. Ma, proseguendo questo trend, possiamo giudicare che nel 2015 l’eta’ media al primo matrimonio potrebbe essere 32 per le donne e 35 per gli uomini.

Questi numeri significano molte cose, e potrebbero essere l’introduzione ad un voluminoso saggio sul cambiamento sociale in Italia. Essendo questa sede piu’ limitata, solo una parziale considerazione.

I numeri mostrati dicono che il significato del matrimonio e’ cambiato profondamente; la gente che convive sempre piu’ spesso senza essere sposata, ed, eventualmente, si sposa piu’ tardi. Questo fatto elementare ha enormi ripercussioni

  • sui bisogni delle persone nei confronti del codice di famiglia e cio’ che si presuppone esso debba regolare
  • sui discorsi mediatico-politici sulla famiglia, e l’immagine che ne viene divulgata
  • sul ruolo della Chiesa Cattolica come uno degli attori rilevanti in questo dibattito mediatico-politico.

Se in futuro queste tendenze continueranno in modo simile a come si sono sviluppate negli ultimi 20 anni, e’ indubbio che il significato del matrimonio cambiera’ ancora piu’ radicalmente.

La disoccupazione

1 maggio 2010

L’Istat ha recentemente pubblicato le stime provvisorie della disoccupazione a marzo 2010.

Interessante e’ voltarsi indietro, e avanti,  e guardare alla disoccupazione giovanile, cioe’ il numero di persone di eta’ 15-24 che cercano lavoro e non lo trovano, fatti 100 quelli che lavorano e quelli che il lavoro, appunto, lo cercano.

Come si vede dal grafico, questo indicatore e’ storicamente molto alto; se negli ultimi anni la disoccupazione totale e’ sempre stata sotto il 10%, la disoccupazione giovanile si e’ sempre mantenuta tra il 20 e il 25 %. Valori alti. Che vuol dire che una persona su 4 o 5, tra i 15-24enni che non studiano, sono alla ricerca di un lavoro. Questo e’ certamente un indicatore della difficolta’ dei giovani nel mercato del lavoro.

Ora, nei primi 3 mesi del 2010 la disoccupazione giovanile e’ stata tra il 27 e il 28%. Non un valore estremamente diverso dal trend storico, quindi, che abbiamo visto essere tra il 20 e il 25%.

La cosa che pero’ impressiona e’ la forza dell’aumento della disoccupazione giovanile, che aumenta costantemente perlomeno da aprile 2008, al ritmo medio di quasi 1 punto percentuale ogni 3 mesi.

Ora, le domande sono per il futuro.

Quanto continuera’ ancora questo trend ascendente? Se continuasse di questo passo, la disoccupazione giovanile superera’ il 30 entro il 2010, e sarebbe avviata verso il 35% per la fine del 2011.

E’ difficile immaginare come un incremento cosi’ forte possa continuare cosi’ a lungo, ma e’ anche difficile immaginare un rapido calo di questo indicatore; che, tra l’altro, anche se fosse estremamente rapido, e’ difficile da immaginare sotto il 25% entro fine 2011.

E’ possibile quindi che la disoccupazione giovanile si mantenga su valori attorno al 30% perlomeno nella prima parte del 2011.

Aumenta l’interesse per la politica

25 aprile 2010

Dal 2005 in avanti, e’ cresciuto l’interesse per la politica in Italia, secondo i dati dell’indagine sulla vita quotidiana dell’Istat.

58% si informano dei fatti della politica almeno qualche volta alla settimana e 43% parlano di politica almeno una volta a settimana nel 2008, in forte aumento dal 2005.

E’ cresciuta in modo sostanziale anche la quota di persone che si informa di politica tramite amici, parenti e colleghi di lavoro.

Il 66% degli uomini si informa di politica almeno qualche volta a settimana, contro il 51% delle donne.

I piu’ giovani tendono ad informarsi di meno di politica, mentre il massimo di interesse si ha tra i 45 e i 64 anni. Il 75% degli uomini tra i 45 e i 74 anni si informa di politica almeno qualche volta alla settimana.

Il 94% si informa di politica tramite la TV, ma ci si informa anche mediante altri mezzi. E’ interessante notare come per alcuni mezzi vi sia una relazione molto forte con l’eta’ .

In particolare, sotto i 30 anni e’ relativamente forte lo scambio di opinioni politiche con amici e parenti, tra i 25 e i 55 anni e’ rilevante lo scambio con i colleghi, mentre i quotidiani sono piu’ usati tra i 35 e i 65 anni. Come sottolineato prima, il mezzo universale e’ comunque la TV; essendo universale, non mostra differenze per eta’, e quindi non e’ stato mostrato nel grafico sopra.

Ci sono anche forti differenze regionali. La quota di persone che parla di politica almeno una volta a settimana e’ superiore al 40% in Lombardia, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana e Sardegna. E’ minore del 35% in Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia.

Tra gli indicatori di partecipazione politica misurati dall’Istat, e’ interessante notare quante persone finanziano direttamente un partito. Il 3% ha dato soldi ad un partito politico, quota che sale al 10% in Alto Adige e al 6% in Emilia-Romagna.

Quali conseguenze e quali aspettative per il futuro?

E’ evidente come ci sia almeno un lato positivo nel ribollire politico italiano degli ultimi anni. A fronte di uno storico declino dell’interesse per la politica, l’effetto delle turbolenze politiche italiane degli ultimi anni e’ stato che piu’ gente si e’ messa a discutere di politica.

Il maggiore dibattito politico tra le persone (e si noti anche l’incremento delle persone che parlano di politica con amici e parenti) e’ un fatto rilevante, vitale per il futuro democratrico italiano, e puo’ essere quindi un elemento di portante del prossimo futuro politico. Tanto e’ stato detto sul fatto che il gioco elettorale si riduce spesso nell’accaparrarsi i voti di colori i quali sono minimamente interessati alla politica. Quando pero’ le parole della comunicazione politica iniziano a penetrare e a diffondersi tra gli Italiani, questo mormorio diffuso diventa allora rilevante nel determinare le opinioni e le scelte politiche.

Detto questo, occorre sempre tenere presente che:

  • la TV rimane il mezzo universale per la conoscenza di cio’ che accade in politica
  • le donne, i giovani, il Sud continuano a rimanere meno interessati alla politica

Sul ruolo di internet, e’ rimarchevole il solo fatto che l’Istat non lo consideri un mezzo tramite il quale ci si possa informare di politica. E’ vero che l’uso di internet non e’ molto diffuso in Italia, solo il 42% accede ad esso una volta a settimana, un livello di molto inferiore a quello ungherese o lettone, ma e’ anche vero che, sia pur minoranza, sarebbe bello avere informazioni su anche questo fenomeno.


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